Metti "mi piace" sulla pagina Facebook

Il mio libro sull'economia domestica ad impatto zero

30/04/12

Le casalinghe e la raccolta differenziata


Oggi mi andava di pubblicare una cosa semiseria che ho scritto un po' di tempo fa e che è ritornata a galla tra i tanti files archiviati. Buona lettura.
-------------------------
L'approccio della casalinga alla raccolta differenziata. Vario, come è vario il genere femminile. Due diverse tipologie a confronto.

Selected waste  houseviwes. A questa categoria appartengono le donne che l’ars differentiandi ce l’hanno nel DNA. Come l’istinto materno. E sono le stesse che non sbagliano una lavatrice: i colorati con i colorati, i bianchi con i bianchi, i delicati con i delicati. A loro non capiterà mai di mettere un calzino bordeaux con le lenzuola bianche, né di depositare una scatoletta di tonno nel bidone del vetro.  
Per capire se una donna ha innata l’ars differentiandi basta curiosare nel suo cassetto: se i calzini sono messi alla rinfusa ed in mezzo ai calzini puoi trovare indifferentemente le mutande come l’estratto conto bancario, siamo di fronte ad una donna che manderà tutto alla discarica senza differenziare. Viceversa se troviamo un cassetto in cui maniacalmente i calzini sono suddivisi per colore, le calze classificate in ordine decrescente dalla 70 denari alla 8 denari, siamo di fronte ad una guru della raccolta differenziata. Ed infatti basta dirigersi dal suo comò alla cucina per vedere come gestisce il rapporto con i rifiuti: in un angolo della sua cucina, ha allineato i bidoni: carta, vetro, plastica, alluminio. Sulla parete di fronte, la guru ha appeso un quadretto di San Mastro Lindo, affinché protegga l’attività casalinga quotidiana. I bidoncini sono di vari colori, coordinati tra loro, e su ognuno di loro ha ricamato le iniziali: V per Vetro, P per Plastica e così via. Sull’ultimo bidone, quello dell’indifferenziato ha ricamato: NSDTDM,©.

Medio - Eco housewives. A questa categoria appartiene (per fortuna) la metà delle donne. Non è una fonte ufficiale ma una piccola statistica effettuata sul mio microcosmo di relazioni sociali (ho aperto la mia rubrica e scorrendone i nomi, ho immaginato, ripercorrendo le caratteristiche essenziali della loro personalità, il loro rapporto con il riciclo dei rifiuti) mi ha dimostrato che in questa categoria risiede la virtù. Donna dotata di medio  (in medio stat virtus) livello di istruzione, di un lavoro generalmente molto semplice, spicca per il suo senso pratico di stampo tradizionale. Dotata sempre di buona volontà, conserva meticolosamente i volantini distribuiti dal servizio riciclaggio del comune e  vi si attiene con senso di adesione morale. Chiamasi sacrificio. Nel frattempo ha elevato il suo livello culturale: ha imparato cosa è il Tetrapak, anche se ancora lo confonde con Goldrake, sa che la ceramica non va nel vetro ma nell’indifferenziato, mangia le mele con la buccia per ridurre i volumi dell’umido ed ogni settimana innaffia le sue ortensie con l’acqua in cui ha scaldato la verdura; si ferma sempre sorridente sul pianerottolo perchè con i vicini ha trovato nuovi argomenti di cui parlare che non siano sempre i duroni della signora Dora del primo piano o la merenda che portano a scuola le figlie della signora Maria dell'ultimo piano: scambiano chiacchiere, opinioni e commenti sulla raccolta differenziata.
Io a quale categoria appartengo? Per mia (s)fortuna non sono rinchiudibile in nessuna delle categorie succitate. Mi sentirei in gabbia. Di fronte all’emergenza rifiuti, ho sicuramente modificato i miei comportamenti di consumo, io donna dai numerosi rimorsi ecologici e dalle innumerevoli tentazioni consumistiche non sostenibili: non compro più il quotidiano ma lo leggo on line e così risparmio sul volume della carta, compro le confezioni grandi di macine del Mulino Bianco per ridurre gli imballaggi e mi costringo a mangiarle tutte per ridurre, contestualmente, il volume dell’organico. Mi sono imposta due docce al mese per risparmiare il bagnoschiuma e ridurre lo spreco di flaconi. A volte, pur non mancandomi la buona volontà, non faccio il mio dovere. Mi succede quando, ogni volta che parto da casa, percorro quei tre-quattrocento metri per raggiungere le campane e le trovo sistematicamente traboccanti come un fuoco d’artificio pronto per dare il meglio di sé ad uno spettacolo pirotecnico, ecco, mi passa ogni buona voglia. Già perché i miei condomini non sanno nemmeno cosa sia la differenziata: ecco che la campana del vetro trabocca di flaconi di detersivo, dalla campana della plastica fuoriescono lische di pesce; mentre un arido ed insensibile lettore ha avuto il barbaro coraggio di buttare Ossi di Seppia di Montale: solo che lo ha messo nell’organico, invece che nella carta, trattandosi appunto di ossi di seppia, residui organici. Eppure non ci vuole una Laurea in Merceologia o in Chimica Applicata per sapere che il flacone dell’ammorbidente va nella campana della plastica. Già che l’ho ambientalmente tirato in ballo, spendo poche ulteriori righe sull’ammorbidente: inutile quanto dannoso per gli ecosistemi. Asciugamani, spugne ed accappatoi lavati con l’ammorbidente, sebbene gradevolmente profumati alla lavanda, al  mandorlo, alla pesca, alla rosa canina, alla vaniglia, al muschio bianco, al pino silvestre, al topo muschiato e alla cipolla soffritta, fanno male alla pelle e all’ambiente. Un rimedio ecologicamente valido consiste nell’aggiungere nella vaschetta dell’ammorbidente un cucchiaio di aceto. Io aggiungerei anche degli aghi di rosmarino e tre gocce di limone e quell’asciugamano imbalsamato è bello e pronto per essere mangiato dai vegetariani come sostituto della bistecca. Il terrorismo ecologico sull’ ammorbidente potrebbe continuare, ma ve lo risparmio e vi consiglio di smaltire quel  mezzo flacone di Coccolino che vi è rimasto consumandolo diluito in mezzo bicchiere d’acqua calda in caso di stitichezza.  Sconsigliato servirlo freddo a fine pasto come digestivo a vostro marito: l’effetto ammosciante potrebbe essere devastante su altre parti del corpo.


© Non so dove ti devo mettere.


Montagne, montagne di rifiuti…scatole, cartacce, stracci, cocci... buon anno!... pentole, cucchiai, una ruota di bicicletta... una ruota di bicicletta?... sì, una ruota di bicicletta!... pannolini, pillole, escrementi, vasi da notte, attaccapanni, mezzo armadio, un camion, una nave!...
Mi sono lasciato prendere la mano.
Non importa, una montagna, una montagna di...
Ogni giorno una città come Milano accumula duemilacinquecento tonnellate di rifiuti… duemilacinquecento tonnellate...
C'è da pensarci. Intendiamoci, non si può dire alla gente di consumare di meno e di produrre di meno. È un'utopia.
L'unica salvezza è il riciclaggio dei rifiuti... o la disintegrazione
.
Giorgio Gaber, Sandro Leporini, 1976


1 commenti:

Posta un commento

Share

Twitter Delicious Facebook Digg Stumbleupon Favorites